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ATTILIO

Flavia Ripa

regia FLAVIA RIPA

anno 2021

attori FLAVIA RIPA

scheda artistica
“Attilio è un poemetto familiare grottesco, un monologo polifonico di cui sono ideatrice, intorno alla vicenda di una famiglia qualsiasi, gli Indino, in una provincia del Sud negli anni 90’ ma in un posto inesistente sulla cartina geografica, Quadrella. Attilio ha 8 anni e vuole averne 80, si allena a saltare quel burrone che lo divide dalla meta, cercando di sviluppare abitudini agée: si fa frullare i cibi, sintonizza la radio sul rosario del mattino, veglia davanti ai cantieri, gioca a scopa con gli anziani nei circoli, passa molto tempo allo specchio del bagno per farsi venire le rughe con le smorfie. E’ il 91’, gli Albanesi sbarcano sulla costa Adriatica, è l’estate più calda che Quadrella abbia visto. Tutto si complica quando le abitudini eccentriche di Attilio iniziano a creare scandali e rischiano di mettere in cattiva luce agli occhi di tutto il paese il buon nome della famiglia. Così facendo il bambino obbliga i familiari a prendere contatto con la crisi dei loro legami e faccende del passato che infestano casa con silenzi e segreti. Come tutti i bambini, Attilio è un amplificatore di problemi, ma a differenza degli altri lui ha scelto di interpretare questo ruolo, ha scelto di essere totalmente libero. E forse, è il caso che se ne vada. Attilio m’ è giunto come immagine infestante, e non so se fa paura o fa ridere. Mi premeva affrontare il tema del perturbante,“l’Unheimlich”, l’estraneità in ciò che si possa dire ‘familiare’. Ho scritto di cose che mi riconducevano a una casa, a pezzi inavvertiti della mia. Lì dentro ho visto altre case, quelle dove impariamo le cose per sopravvivere, i primi suoni, dove ci sono le prime persone da dover amare. Quale movimento mi ha riportato in quella casa, oggi? Quali parole ci hanno nutrito in quelle case? Quali hanno messo radici senza allerta, cosa non va via? E’ in qualche modo storia di distruzione e liberazione, una domanda su cosa possiamo distruggere per liberarci, come figli, o genitori, o genitori dei nostri genitori. Le pecore nere hanno il potere, detonando, di liberare le famiglie dalle necrosi degli schemi routinari, che incastrano generazioni a venire, seminano infelicità e sogni castrati. Non sempre le famiglie vogliono e possono essere curate, e l’albero può avvelenare. Interpreto personificandoli madre nonna e figlia adolescente, con loro assistiamo al cortocircuito di relazioni familiari e sociali. Nel testo, influenzato dalla calata meridionale, le parole suonano come frecce; parole pericolose, che insegnano in certe case, parole che riducono il mondo a un’immagine unica e rassicurante. Lo spazio scenico è una cantina naufragante, il mondo fuori giunge dai Tg della TV, radio, telefoni, e sono i narratori surreali che “suono” dal vivo. Le drammaturgia degli oggetti “suonati” e del testo sono elementi dello stesso spartito che vuole restituire la sensazione di un mondo fatto di frattali generazionali che si ripetono e variano continuamente sfuggendo al controllo umano.”

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