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FAME. O dell'avere i crampi all'anima

BUSTER

regia Alice Redini

anno 2021

attori Alice Redini

scheda artistica
Resistere e guardare l’artista che resiste - in un tempo come questo - mi commuove e dispera allo stesso tempo. Qualcuno la chiama resilienza, io la chiamo fame.  Nel 1890 il Premio Nobel Knut Hamsun decide di intitolare “Fame – Sult” un capolavoro di naturalismo visionario. Il protagonista, giovane scrittore perdigiorno cerca di sopravvivere vendendo articoli giornalistici per pochi spiccioli in attesa di mostrare il suo genio letterario di cui è assolutamente certo, fino a trovarsi senza niente: senza una casa, senza cibo, solo con un paio di occhiali con montatura di ferro, una logora coperta e un mozzicone di matita. La fame – sia fisiologica che metaforica - è la presenza costante e ossessiva che lo porta a oscillare tra feroci depressioni e lisergiche euforie. Vaga per Christania, l’attuale Oslo, cercando di mangiare per riuscire a scrivere, e cercando di scrivere per poter mangiare. Ormai ridotto a povero nullatente emarginato dalla società, vaga per la città tra intricate elucubrazioni e deliri solitari ostentando nell’indigenza un orgoglio che spesso sfocia in una ostinazione autolesionistica e tragicomica. E proprio nello scarto tra la disperazione e la comicità di questo personaggio risuonano grandi temi: come si sente un’artista? Quale ruolo ha nella società? Quale il senso del suo vagabondare alla ricerca di una ispirazione?  In un momento storico che ha sospeso tempo, abitudini e risorse, mi chiedo: sono ancora affamata del mio lavoro? E’ la fame che dà un senso al mio lavoro? Posso raccontare la mancanza di appetito? In un tempo così straordinario in cui la nostra inerzia è stata fermata da una pandemia mondiale, e oggi ci viene chiesto di ripartire, io non so dove andare, non ho direzione. Ferma a guardare dietro di me tutte le macerie di quello che avrei potuto essere, di quello che sarei potuta diventare. Ne nasce un monologo comico, esilarante, a tratti grottesco e al contempo autentico e schietto; una disperata affermazione d’essere dell’artista in un continuo cortocircuito tra il personaggio del romanzo e il personaggio che sulla scena lo narra. Un flusso di coscienza, il delirio solitario del protagonista di Fame che, senza soluzione di continuità, diventa quello dell’attrice in scena: una riflessione disperata, estremamente ironica, tragicocomica.   Un modo per indagare insieme il nostro tempo e chiederci realmente di cosa siamo affamati. In un tempo che tutto brucia ma non scalda niente, in un tempo che ha perso la sua linearità facendoci perdere il senso, in un tempo che non riusciamo neanche a perdere, avendo perso pure lo spazio.

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