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Il mio segno particolare

Associazione Culturale Walden

regia Maria Antonia Fama

anno 2021

attori Marco Zordan

scheda artistica
Lo spettacolo “Il mio segno particolare” di Maria Antonia Fama e Michele D’Ignazio è l’adattamento drammaturgico dell’omonimo romanzo di Michele D’Ignazio, uscito per Rizzoli nel 2021. Michele nasce il 7 gennaio 1984. I suoi genitori non vedono l'ora di conoscerlo, di prenderlo in braccio, di portarlo a casa. Ma quando lo vedono per la prima volta restano stupiti! Sulla schiena il piccolo ha qualcosa: una specie di mantello, proprio come quello dei supereroi. Iniziano così mille avventure, dentro e fuori dagli ospedali, con medici, sale operatorie e infiniti rotoli di garza. Il piccolo, diventato ormai adulto, non smette di raccontare storie ai bambini con segni particolari. Tutti “Scherzi della Natura” come lui, che non hanno fatto neanche in tempo a presentarsi a questo mondo, ad ambientarsi, a capirci qualcosa, e già dovevano viaggiare, saltare, correre e lottare. C’è chi “è nato con la camicia”, loro sono nati con la valigia. Lo scrittore supereroe scopre il desiderio di parlare con questi bambini nati con il corpo a pois. E con tutti quei grandi che a loro sono vicini, senza mai perdere lo spirito per sorridere e scherzare. Il monologo per un attore solo si trasforma, così, in una ballata a più voci, tra ombre moleste, nei giganti, burattini e dialoghi stravaganti con altri scherzi della natura (bambini nati con neo gigante, le cui testimonianze registrate danno un importante contributo di autenticità allo spettacolo). Ognuno col suo segno particolare. L’idea di fondo è quella di accompagnare il pubblico nel viaggio interiore (e non solo) che il protagonista compie per incontrare altri “scherzi della natura” come lui. Per farlo si è scelta la strada della contaminazione: il teatro di narrazione trasforma il racconto in immagini plastiche, grazie all’ausilio del teatro delle ombre e del teatro di figura. Due tecniche funzionali all’idea del gioco e del giocare, che è il vero motore di tutto lo spettacolo. Da un “baule magico” vengono fuori gli oggetti-simbolo al confine tra dimensione reale e dimensione onirica: siamo in una stanza ormai abbandonata? Siamo nella memoria del protagonista? In scena ogni ricordo che riprende vita lo fa con le sembianze di un giocattolo. I dottori diventano burattini con l’aspetto di animali, i passanti sono ombre buffe proiettate su un fondale. Un lenzuolo bianco che copre vecchi scatoloni diventa una tenda per nascondersi e dare vita a un antico gioco. Il teatro delle ombre permette di rappresentare non solo una dimensione onirica parallela, ma anche il dialogo del protagonista con quel mantello dell’(in)visibilità che è il Neo Gigante con cui è nato e convive. In apertura un prologo che allude alla vita esperita da ogni essere umano nel ventre materno. I giochi di luce proiettati grazie ad un carillon luminoso sono accompagnati dal suono del “rumore bianco”. Lo spettatore, immerso in questa “ante-vita”, vede la luce insieme al protagonista che, fendendo il buio, arriva sulla scena.

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