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Sala 18

O.C.R.A. teatro - Officina Creativa di Resistenze Artistiche

regia Roxana Elena Iftime

anno 2021

attori Giorgia Calandrini

scheda artistica
“Tutte abbiamo sbagliato vita prima o poi” Sala18 è la sala d'aspetto dello studio di uno psicoterapeuta. Ad abitarla c’è Anna, un’insolita donna delle pulizie che si svelerà essere qualcun’altra, o meglio tante altre. “Non c’è molto da dire sul mio stato attuale, niente di preoccupante intendo dire. Cronaca ordinaria di una donna nel pieno dei suoi anni che sfuggono via uno ad uno come capelli nello scarico del lavandino. Se mi incontrassi per strada al primo sguardo non mi riconosceresti! No, non sono ingrassata.” Il monologo portato in scena da Giorgia Calandrini restituisce in un flusso continuo la storia della protagonista e quella delle pazienti della sala18. L’alternanza di ritmo e registri dà voce all’universo interiore di una donna che non può riconoscersi fino in fondo in sé stessa, e per evadere, gioca ad essere qualcun’altra. Ma queste altre, chi sono? “Paura del mio specchio, dell’altra che potrei essere io, quella mendicante sul ponte che non sa scrivere e non sa parlare. Nessuno la ama perché non ha fascino da vendere, ma solo scarpe rotte sotto la neve. Vorrei abbracciarla, ma ho paura che se lo faccio potrebbe rubarmi l’anima in cambio del suo cappotto logoro, correrebbe a casa mia per cambiare la serratura e così resterei su quel maledetto ponte per sempre.” Il testo originale trae ispirazione dall’omonima poesia di Alejandra Pizarnik, scritta durante la degenza in un ospedale psichiatrico di Buenos Aires, qualche mese prima del suicidio. Le fragilità della scrittrice argentina e la sua irriducibilità ad un’identità definita sono il punto di partenza per la creazione del personaggio di Anna. Sala18 è uno spazio interiore che sulla scena prende le forme di un rettangolo luminoso, un ring nel quale Anna lotta contro sé stessa di fronte ad un pubblico inatteso, voyeur. La scena si apre in una cornice di realismo per diventare a poco a poco lo specchio del caos interiore, in una regressione al gioco infantile che dell’infanzia si porta dietro anche i traumi più intimi. Nel profondo del sé, il silenzio non esiste e ogni scricchiolio, ogni gesto è portatore di un senso nascosto. L’uso di microfoni da contatto sul palco risponde alla volontà di seguire il riverbero del corpo e dei pensieri. Le “proiezioni” e gli sdoppiamenti del personaggio sono affidate anche al linguaggio video, in una ricerca multimediale e materica. La sala diventa lo spazio dell’attesa, il pozzo in cui vanno a finire i desideri e le paure, da cui riemergono ricordi e ferite mai guarite. Una tana profonda dalla quale si fa fatica a uscire – il paese delle meraviglie può diventare teatro di incubi – ma che vale la pena percorrere, se si ha voglia di imparare a conoscersi e lasciarsi essere quelle che siamo.

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