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Ezechiele 43,11 / Italia

Fenice Teatri

regia Salvatore Cannova

anno 2021

attori Irene Cangemi, Mauro Cappello, Francesco G. A. Raffaele, Noemi Scaffidi

scheda artistica
“(…) manifesta loro la forma di questo tempio (…) perché osservino tutte queste leggi (…) e le mettano in pratica.” - Ezechiele 43,11 In un futuro prossimo, l’umanità è trasformata in un involucro impuro di sola carne. Ingranaggi vuoti e sorridenti mossi dall’inerzia. La massa è resa impotente, il libero arbitrio dismesso. Alla luce di un nuovo medioevo, parlare non è consentito: il logos si concretizza in suoni inconsulti e incomprensibili, un picco di ossitocina che non riesce a spurgare, un coito interrotto di parole mancate. Nella lotta all’egemonia politica guidata da una religione nuova e “corretta”, sarà nuovamente l’egoismo umano ad avere la meglio. Così nell’ordine irrazionale della distopìa, la voglia di caos dissacra la fede e l’uomo si eleva a dio. NOTE DI REGIA Dove siamo? Dove stiamo andando? Dove arriveremo? Il libro biblico di Ezechiele diventa metafora di un futuro plausibile: un’umanità, distrutta dal suo stesso egoismo, rinasce sotto una nuova stella per ricadere nell’oblio. Un monito? Forse. Di sicuro un’analisi sull’essere umano e la sua natura egoistica, in una ciclicità storica nel quale il lieto fine non è contemplato. Ezechiele 43,11 è un percorso di consapevolezza, di propriocezione sociale, di coscienza del mondo moderno: una radiografia sottocutanea della contemporaneità. È un agglomerato di umani che con paraocchi equestri vagano tra credenze millenarie. Ma è anche un grido disperato bramante di speranza. È una voce che si insinua tra timpani decalcificati dalle notizie quotidiane di telegiornali degradanti. La specifica Italia implica uno studio su più nazionalità, in un’analisi della situazione globale a partire dalla cultura del luogo e dalla sua fede. Ritengo che la società in cui viviamo sia vittima e carnefice di se stessa, succube dell’apparire. Una società che pecca di lungimiranza e si condanna, senza rinvio a giudizio, all’autodistruzione. Per questo chi prenderà parte a questo percorso verrà portato a provare, anche solo per un istante, sensazioni tali per cui lo liberino dal perbenismo e dal buonsenso borghese e sociale che lo inglobano fino all’asfissia. Compassione, fastidio, empatia, rabbia. Qualunque stimolo pur di attivarlo nella routine quotidiana, rendendo il rituale atto teatrale un detonatore per una vera rivoluzione sociale. Un’esperienza, quindi, che smuova chiunque lo guardi fino alla parte più remota e sconosciuta del proprio corpo, così da renderlo un testimone, un complice, un protagonista: il protagonista. Ezechiele 43,11 apre le porte della nostra vera voce e dal suo uscio ci risucchia nell’oblio dell’incertezza. N.B. All’entrata in platea viene consegnata una santina sulla quale è scritto il PRECETTO che verrà recitato in sala tutti insieme.

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