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FOSCO E LA NERA

MacroRitmi

regia Rosi Giordano

anno 2018

attori Michele Albini, Giulia Bornacin, Germana Flamini

scheda artistica
La piece si articola in particolare su tre costituenti: l’espressività, la drammaturgia e la sintesi. Per quanto riguarda l’espressività sono state mantenute le caratteristiche peculiari della maschera così come convenzionalmente è vissuta ossia ironica, giocosa e immediata ma contestualmente si è lavorato affinchè il gesto divenisse più determinato, repentino e articolato, quindi la fusione di gesti quotidiani e atti che raccontano di aggressività, di desiderio di possedere, di paura e sopraffazione estrapolati dagli umori del testo shakespeariano. La maschera larvale possiede intrinseco un segno primordiale che è stato ripreso nei caratteri espressivi dello spettacolo, nei costumi, nelle relazioni, nella percezione e nelle reazioni da parte dei personaggi alle diverse situazioni con un occhio agli archetipi della cultura teatrale greca antica e a quelli del teatro orientale. Il racconto vive in interazione profonda con il flusso musicale, fondamentale nel potenziare e dare sviluppo a gesti e azioni. Nella prima edizione è stata utilizzata una musicalità percussiva che si armonizzava con i connotati primitivi della messa in scena, mentre nella riedizione che presentiamo la musica vira verso un segno elettronico rock-jazz, con l’obiettivo di tradurre il divenire di emozioni e situazioni in energia espressiva, attraverso il basso elettrico in particolare e le diverse nuance stilistiche che può assumere. In scena un segno circolare, un cerchio di luci inteso come spazio sacro, in cui si richiamano energie e dove le allucinazioni, le contraddizioni, il senso di colpa dei diversi personaggi si palesano. E’ una scenografia statica per una drammatizzazione in continuo movimento, delimitata da quinte in parte neutre in parte figurate in cui si palesano nei diversi quadri figurazioni di segno ancestrale. Nel fondo scena, in un luogo soffuso e schermato, delle sagome accolgono le spoglie dei personaggi attraverso i cambi costumistici e di maschera degli attori. La drammaturgia ha utilizzato come ispirazione il Macbeth di Shakespeare. Potrebbe apparire, a primo acchito, una contraddizione formulare una scrittura scenica muta guardando ad un autore, Shakespeare, che nella parola ha la peculiarità più forte, ma in realtà è proprio dalla forza della parola e dai suoi passaggi più caratterizzanti e potenti che poteva evolversi una trasposizione che vive prevalentemente di immagine. Il testo del Macbeth come un canovaccio, nel senso più alto del termine. Non la parola nel raccontare emozioni, pulsioni e conflitti ma gesto, movimento, suono e ritmo. I punti di appoggio, alla drammaturgia senza parola, sono determinati dai connotati espressivi più marcati del testo shakespeariano: il desiderio di potere, l’ambizione, il tradimento e l’assassinio. La storia del Macbeth, in definitiva, non viene riproposta ma utilizzata per i contenuti motivazionali. E’ stato creato un percorso parallelo al testo originale, senza ricalcarlo, emularlo o stravolgerlo

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