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IL PALADINO SENZA NOME

Peso Specifico Teatro

regia Roberta Spaventa

anno 2020

attori Santo Marino e Pietro Fabbri

scheda artistica
LA TRAMA: Sbucato da chissà dove, arriva un teatrino viaggiante guidato da due stravaganti cantastorie: Messer Vallando, il primattore dalla memoria traballante e Giufà, il suo servo-musicista, fedele e un po' ingenuo. Nel tentativo di mettere inseme i ricordi, Vallando si serve del kamishibai: un antico strumento giapponese con cui accompagna la narrazione attraverso lo scorrimento di immagini dipinte. Queste figure, però, rimandano stranamente al mondo dei paladini di Francia e alla tradizione dei pupi siciliani, per lui misteriosamente confusa. Giufà, dal canto suo, sa che nel teatrino è nascosto un pupo e muore dalla voglia di vederlo. Così, dopo l'ennesima e insistente richiesta, Vallando decide finalmente di mostrarglielo e, aprendo il sipario su di un piccolo mondo abbandonato, estrae il Paladino Senza Nome, un pupo dall'aspetto molto umile che ha perso addirittura il filo: quello del braccio e... quello della storia! Nella disperata ricerca della sua vera identità, Giufà aiuta Vallando prendendo confidenza con il kamishbai e con le immagini in esso custodite. Così, i due cantastorie, si trovano ad evocare le vicende di un giovane che voleva diventare cavaliere, della sua prima lotta contro il drago, del duello con la temibile Rovenza dal Martello, di un' Orlando furioso ridotto in mutande, fino all'improvviso colpo di scena. Lottando contro la vergogna di una memoria perduta, si rafforza sempre di più l'idea che la storia possa continuare in modo nuovo, trasformando una difficoltà in una possibilità. Il Paladino ritrova la sua anima e quel filo interrotto, considerato inizialmente un difetto, diventa il tratto distintivo del suo essere unico e ancora attuale. TEMI PRINCIPALI: Lo spettacolo, pur procedendo al ritmo dell'epica e toccando spesso e volentieri i toni del comico, cerca di mettere i bambini di fronte a questioni che possano innescare in loro alcune riflessioni. La prima riguarda il teatro stesso. Dato che i due protagonisti sono dichiaratamente dei cantastorie girovaghi, essi portano con loro il desiderio di raccontare e di raccontarsi, di costruire una memoria insieme a chi li ascolta, di adoperare più livelli (corpo, voce, musica, figura) per stimolare sensorialmente ed emotivamente il proprio pubblico. Ma, allo stesso tempo, la vicenda è costruita proprio su di una difficoltà legata alla memoria e, quindi, sulla necessità di recuperare la propria tradizione e andare alla ricerca della propria identità perduta. Qui entra in gioco il pupo dal filo rotto, metafora di ciò che viene indicato generalmente come difettoso e sbagliato ma che, a ben guardare, offre invece nuovi punti di vista, basati sulla forza della diversità e sul rispetto delle differenze, intesi come risorse per un sano e pieno sviluppo individuale e collettivo.

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