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90 minuti

Teatro del Simposio

regia Francesco Leschiera

anno 2019

attori Ettore Distasio e Mauro Negri

scheda artistica
Sinossi Lo spettacolo prende spunto dalla vita di Arpad Weisz, ebreo ungherese, calciatore e poi allenatore. Dopo una breve esperienza nel campionato italiano degli anni 1920, iniziò la sua brillante carriera di allenatore vincendo uno scudetto con l'Ambrosiana (l’attuale Inter) ad appena trentaquattro anni, Col Bologna «che tremare il mondo fa» vince due scudetti consecutivi e la finale del Trofeo dell’ Esposizione, a Parigi, nel 1937. In quanto ebreo fu vittima delle leggi razziali in Italia. Rifugiatosi in Olanda durante la seconda guerra mondiale, fu rinchiuso dapprima nel campo di Westerbork insieme alla sua famiglia, e successivamente ad Auschwitz, dove morì nell'inverno del 1944. Sulla figura di Arpad Weisz sono stati scritti diversi libri, ma questo spettacolo è un punto di vista diverso. Il lavoro non vuole essere la trasposizione scenica della vita del personaggio, essa è solamente una lieve traccia per approfondire il vero tema dello spettacolo: quel mondo che dapprima lo rese famoso e poi, in virtù delle leggi razziali lo dimenticò totalmente. In chiave molto attuale, il centro del lavoro è quindi l’insensibilità e l’indifferenza di una società e di un sistema che ha portato all’attuazione di quelle leggi fino a giungere agli eccessi di crudeltà dei campi di concentramento nella totale noncuranza delle nazioni che ne erano a conoscenza. Note di regia Questo spettacolo è il secondo capitolo del percorso sul tema della “memoria” iniziato nel 2017 con “Ring dell’inferno” che ha debuttato al Teatro Libero di Milano per poi essere ripreso nel 2018 allo Spazio Tertulliano e per una turneè nel nord italia. I comuni denominatori di questo percorso sono la Shoah e lo sport e nasce dalla volontà di raccontare delle storie realmente accadute e poco conosciute che proprio per la loro forza ci coinvolge ancora adesso, a tanti anni dal suo svolgimento. La volontà è quella di dare una prospettiva ancora differente da quella che si studia e si conosce attraverso i libri, la televisione, il cinema: raccontare attraverso il mezzo teatrale la crudezza dei campi di concentramento e di una parte della nostra storia. Partendo dalla drammaturgia l’intento non è quello di trasmettere al pubblico un messaggio univoco, ma uno spunto di riflessione sul mondo e sull'uomo che lo vive, lo sperimenta e lo agisce attraverso la sua storia. La regia è basata unendo il teatro di narrazione con il teatro d’immagine contaminando, come è consueto fare nei nostri spettacoli, i vari linguaggi.

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