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L'eternità all'istante

Intermezzo per Cappello

regia Marini-Pagnani-Perissinotto

anno 2020

attori Valerio Marini Elisabetta Pagnani Maurizio Perissinotto

scheda artistica
Spettacolo per marionette da tavolo, L’eternità all’istante è un omaggio a due figure di donne antitetiche ma accomunate dallo stesso spirito anticonformista: Mary Shelley ed Emily Dickinson. Privo di una vera e propria trama, lo spettacolo vuole accompagnare il pubblico in quella zona di confine tra parola e silenzio che è propria della creazione artistica, ove realtà e immaginazione si fondono in un perfetto equilibrio. Più che le loro biografie, dunque, è il processo creativo sotteso alla loro produzione artistica che ci interessa esplorare. Abbiamo pertanto immaginato due situazioni visionarie: l’incontro tra Mary Shelley e la sua Creatura, e una Emily Dickinson in una stanza senza pareti. La prima parte dello spettacolo è dedicata a Mary Shelley, alla genesi e al suo rapporto con la Creatura, il mostro. La scena è spoglia: la superficie del tavolo è bianca e irregolare, un assemblaggio di elementi lignei a metà strada tra un iceberg e una zattera alla deriva. Una piccola quinta-ghiacciaio mobile sullo sfondo e una penna con calamaio sono i soli elementi con cui interagiscono Mary e la sua Creatura. Tutto prende vita dalla penna di Mary, che percorre a ritroso la sua ideazione della storia che l’ha resa celebre: “Inventare è essere in grado di dare corpo e forma a un’idea, e questa finalmente arrivò: l’idea della vita che supera l’idea della morte”. Plasmare una vita da materia morta e poi guardare la propria opera come una madre guarda il proprio figlio: Mary è colei che crea, che dà vita e dona amore alla sua creatura, che la guida nei suoi primi passi, nei suoi primi tentativi di autonomia. Attraverso di lei lo spettatore potrà comprendere lo stato d’animo della Creatura, condividerne la gioia e il dolore riuscendo a guardare oltre la sua mostruosità. Dall’impeto e dall’entusiasmo della prima parte si passa alla dimensione più discreta e silenziosa della seconda parte dedicata a Emily Dickinson. In questa seconda parte, quel che ci interessa è ciò che precede la poesia, il silenzio da cui sgorgano o affiorano le parole, il gorgoglio dei versi ancora informi e sovrapposti nella sua mente, il tessuto di sensazioni in cui Emily si è quotidianamente immersa. Il tavolo scenico è via via occupato dal modellino di una casa ottocentesca e da elementi di arredo di una stanza da letto. In quest’interno senza pareti, ad eccezione di una finestra che fa da filtro e schermo tra spazio scenico e pubblico, si aggira una muta e sproporzionata Emily, quasi fosse una bambina troppo cresciuta o un fantasma che, con la sua veste bianca, fatica a lasciare quel che è stato il suo mondo. Tutto sgorga da movimenti minimi, dalla contemplazione degli oggetti che costituiscono l’universo della protagonista, dalle ombre di fiori ricamati e proiezioni animate di lettere e scritture che interagiscono visivamente con la marionetta, creando con essa giochi di luci e trasparenze.

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