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Furore - Opinioni di Pernando Libeira

Compagnia Pederzini

regia Maria Chiara Pederzini

anno 2020

attori Alice Spisa, Ricardo Sarmiento Muñoz, Maria Chiara Pederzini

scheda artistica
What is theatre? Why are we here? I don’t know. Così si presenta la prima delle apparizioni infernali che il muto protagonista dello spettacolo, Pernando Libeira, osserva dalla sua seggiolina, regista fallito, e queste sono anche le domande che hanno portato alla forma in cui oggi Furore si presenta. Lo spettacolo nasceva dal desiderio di adattare il romanzo epico di Steinbeck, impresa che ben presto si rivelava al di fuori della nostra portata, se non altro perché gli eredi ci negarono i diritti. Il progetto si sviluppò negli anni attraverso una serie di laboratori aperti al pubblico, agli adolescenti, agli addetti ai lavori. Nel 2017, uno dei molti studi su Furore arriva in finale al bando Under 30 della Biennale di Venezia. Questo magma diventa sempre più un pozzo che risucchia, la forma comincia a mutare e ad assumere contorni satirici, allucinati; le vicende della famiglia Joad si mischiano con le difficoltà di una compagnia indipendente, con le complicazioni economiche, con il tentativo di mettere a fuoco la sofferenza di una regia donna, dell’essere giovani non più così giovani alle soglie dei 35 coi bandi che sfumano e i rapporti con le produzioni che si fanno sempre più complessi. Si può ancora parlare di epica nel nostro mondo post-moderno? O siamo inesorabilmente condannati ad un riso che diventa cringe, a sentirci parlare addosso come i personaggi di questo spettacolo, ad un volemosebbene da post sui social coi coltelli nascosti dietro la schiena, specie in questo post-atomico, post-pandemico oggi? Quasi al di là del nostro controllo razionale, il racconto dello stesso nostro rocambolesco fallimento prende le sembianze di un alter ego di ispirazione marqueziana, quel Pernando Libeira che abita un indefinito Sudamerica favoloso e surreale che è quello dei sogni, dell’utopia e delle telenovelas, un personaggio che ci è davvero apparso fra i fumi degli hamburger. Per ritrovare l’ispirazione e la fiducia dell’amata Serapina, Pernando si affida ad una Guru del bergamasco e al suo assistente sciamano che gli somministrano una potentissima droga scagliandolo in un incubo tropicale e umido: stili e figure del teatro di oggi appaiono distorti in uno sciame di tormenti che sono domande sul nostro lavoro, mentre la vita gli scorre davanti come in un documentario del National Geographic. Dunque Pernando, in balia degli elementi, non può che chiudere momentaneamente la sua parabola appeso in graticcia, spettatore inerme dell’impietosa stroncatura del giovane critico online, a mo’ di bodhisattva rovesciato in cerca di una illuminazione che ancora non gli è concessa. Uno spettacolo Trakete, di genere diversamente estetico, che vive sospeso fra la tradizione monologante del mattatore e le inevitabili influenze performative della contemporaneità. Noi, da parte nostra, non possiamo che continuare nel tentativo di fare nostre le parole di Steinbeck: ‘Non era finita, non sarebbe mai finita finché la paura avesse lasciato spazio al Furore’.

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