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Chi niente fu. (non dirà niente)

ragli

regia Rosario Mastrota

anno 2020

attori Dalila Cozzolino

scheda artistica
Un palazzo senza intonaco, lontano dal centro di un paese del Sud e dalle vite che ne fanno parte. Un palazzo silenzioso, composto da tre appartamenti, in ciascuno una vita incastrata. Carmela abita il primo appartamento. Non cammina mai scalza, indossa sempre tre paia di calzini. Niente e nessuno riuscirebbe a vederle, toccarle, sporcarle i piedi. Ha paura di rovinarli, i suoi bei piedi. Sua madre glielo ripeteva sempre: “Attenta ai piedi!”. I piedi, un grande privilegio nella sua famiglia, un altrettanto grande senso di colpa che costringe all’inerzia, alla solitudine, alla paura di fare passi verso la vita, per un’intera vita. Ma un giorno Carmela comincia a correre. Per Marino, che abita il secondo appartamento, il mondo ormai è finito. Perdere una persona è perdere il mondo, perdere qualcuno è la fine del mondo. Esiliato dalla sua famiglia dopo uno scandalo legato alla “bestia di femminilità” che si porta dentro, vorrebbe tornare nel mondo, ma il mondo ride di lui. Elvezia vive nell’ultimo appartamento. Dal sei maggio 1942 non vede l’altra parte del cielo, non ha visto metà della guerra, nella disperazione ammutolita davanti ai bombardamenti. Non vede più l’altra parte, solo una, solo una metà. I rumori allora si fanno più grandi, occorre dare loro un nome. Tutto quello che sta dall’altra parte, tutto quello che le corre di lato prima che possa voltarsi, non ha forma, ma un nome sì. E un giorno Elvezia scopre il nome del rumore nel petto: vede l’amore. Lo vede, ora, per intero. Giuseppe Pipino ha scritto tre monologhi. Leggendoli uno dopo l’altro, abbiamo subito pensato alla possibilità di un’unica messa in scena. I tre personaggi sono distanti solo in parte: in tutti si scorge immediatamente la condizione di atopos, senza luogo e fuori luogo. Si vuole provare ad entrare senza fare rumore in queste “affollate solitudini”. In questo ultimo periodo tutti noi stiamo facendo grandi esercizi di solitudine, il domestico è uno spazio che ci rassicura e che ci imprigiona allo stesso tempo. Accogliente e minaccioso, è un posto in cui possiamo essere terribili, spietati perché non visti. E se si rimane da soli per molto tempo, la solitudine diventa un abito scomposto che ci impone pose innaturali, curvature, depressioni, ci si incolla addosso così tanto e ci trasfigura, si poggia sul corpo, o più in profondità. Per questi tre personaggi, inquilini di un unico palazzo che sembra via via perdere i contorni definiti, il domestico diventa un posto in cui l’invisibile si mostra, diserta, si ribella. Un limbo desolato, che inizia ad aprirsi, ospitando ricordi, fantasmi e pensieri che, piano, da cristalli congelati e immobili, si trasformano in respiri, voci, danze. Pessoa scrisse “[…] un giorno verrà il giorno in cui ormai non dirò più niente. Chi niente fu né è, non dirà niente.” Quest’opera parte da qui, da un niente orfano di un tutto o di una sua parte, di qualcosa che non è stato e che non sarà più. In scena un’attrice.

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