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Quella mostruosa amorevole creatura

Città Sommerse Teatro

regia Stefano Cenci

anno 2020

attori Marta Allegra, Massimiliano Càrastro, Carlo Genova, Nanni Mascena, Valerio Severino, Sebastiano Sicurezza

scheda artistica
La scena si apre su una vecchia casa in vendita nella fitta boscaglia nella regione dei laghi, di un paese immaginario. Il grande atrio è caratterizzato da lunghe tende verdi, ampie vetrate, mobili fuori moda. Tutto piuttosto fatiscente. Fuori un fragoroso temporale. In questo decadente scenario 5 personaggi, spinti da un vago ricordo di un‘infanzia perduta, si incontreranno dopo molti anni. Si chiamano Zaccaria, Max, Brunello, Dibo, Kevin. Ognuno di loro ha un legame preciso con il resto del gruppo, ma sembra non ricordarsene, nessuno sembra avere idea del perché si trovi lì e cosa li abbia spinti ad entrare. Sulle loro teste aleggia un segreto, qualcosa è accaduto nelle loro vite, e dal quel momento il tempo si è arrestato. Cos’è l’infanzia? E’ una casa o è uno spazio morto, passato, sommerso, dimenticato? Che cos’è una casa? L’interesse poetico e filosofico costitutivo di questa nuova opera, trova le sue origini in queste domande. Ci siamo chiesti quale fosse il punto/luogo in cui si spezzano i ricordi e in cui la nostra memoria e la nostra coscienza diventa fatiscente, abbandonata, ed abbiamo trovato un nucleo centrale in questo parallelismo: infanzia come luogo abbandonato della nostra coscienza. Esiste nella vita di ognuno di noi un momento preciso in cui finisce l’infanzia. Forse è il momento in cui i nostri genitori ci hanno messo a terra per l’ultima volta e da allora non ci hanno più ripreso in braccio. Forse è quando cominciamo a parlare e pensare e ad agire in funzione degli altri. Tutto il resto della nostra esistenza è segnato da una mancanza: la mancanza di quegli abbracci materni che non tornano, se non trasfigurati o stemperati, e di quelle fantasie che erano portatrici di una vividezza, di una luminosità, di una innocenza, che non c’è più dato riavere. Una mancanza di amore che cerchiamo di colmare, a volte tiepidamente e a volte con voracità e avidità. Cresce così dentro ognuno di noi una pericolosa creatura che impariamo a dominare, per non esserne sopraffatti, e che ci accompagna fino all’ultimo giorno della nostra vita. Quella mostruosa amorevole creatura, come ne “La Tempesta” di Shakespeare, è allora l’incantesimo che governa un luogo, un inquieto e vago richiamo alla delicatezza di un bambino, una casa, una scatola colma di giocattoli dimenticati, buttati alla rinfusa e scelti casualmente dalla mano di una grande divinità infantile che decide arbitrariamente di muoverli e dargli vita. L’obiettivo della drammaturgia e della messa in scena è fare in modo che, attraverso una dialettica tra fisico e metafisico, tra luogo e non luogo, si spalanchi il sipario sullo scenario degli angoli polverosi e dimenticati della nostra natura umana, legata imprescindibilmente alla sfera infantile. Il tentativo è anche quello di astrarre dal tempo ordinario ogni azione possibile, costruire un’azione atemporale, un gioco, per far sì che tutti i tempi della vita dell’uomo coincidano in un unico spazio.

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