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Monologo della buona madre

Barletti/Waas

regia Barletti/Waas

anno 2019

attori Lea Barletti, Werner Waas

scheda artistica
“Monologo della buona madre” affronta uno degli ultimi Miti/Tabù della società occidentale: quello della maternità. Cosa vuol dire essere una “buona madre”? Chi è quest’idolo, questa “Madre”, di cui tutti sembrano sapere come deve essere, come si deve comportare, come deve amare, come deve vivere? Esiste davvero? O piuttosto esistono tante donne che scelgono, o credono di scegliere, o non scelgono affatto, ma si ritrovano ad essere madri? E quale madre non si è sentita, almeno una volta, inadeguata e insicura? E se un giorno si dovesse scoprire di non corrispondere al modello di “buona madre” richiesto? O di avere sbagliato ruolo? Oppure di non essere adatta al ruolo così come è stato scritto? E da chi è stato scritto, questo ruolo, e per chi? E perché non è possibile riscriverlo? Essere “Madre” è un ruolo, ma un ruolo che non può essere assunto nella stessa maniera da ogni donna. Ci sono tanti modi di essere madri quante donne che lo diventano. E ci sono tanti modi per essere una “buona” madre. Ma questo non te lo dice nessuno, né prima, né durante e nemmeno dopo. E se tanti si preoccupano di dirti che potresti un giorno pentirti di non aver fatto figli, nessuno ti dice che potresti un giorno anche pentirti di averli fatti. Tutte queste sono cose che una scopre, se le scopre, da sola e dolorosamente, sulla propria pelle, a costo di enormi, giganteschi, divoranti sensi di colpa. Cosa resta? Il dubbio. Ma „Monologo della buona madre“ è anche una storia di „vocazione“, la storia di una vocazione artistica e del faticoso percorso intrapreso per trovarle un posto nel mondo, la storia di qualcuno che, attraverso mille inciampi, dubbi e fallimenti, sente la necessità forte e reale di trovare una propria lingua, e per suo mezzo compiere un atto di creazione artistica. Un’utopia, piccola e concreta. Cosa resta? Il desiderio. “Monologo della buona madre” è infine la storia di un corpo a corpo: un corpo a corpo di una donna con se stessa ed il proprio corpo, appunto, con la propria coscienza, con il proprio ruolo di madre, con i figli, con l’immagine di sé, con il proprio essere artista, con le aspettative proprie e altrui, con la propria inadeguatezza, con la propria vocazione, con la propria creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore. Cosa resta? Il corpo. Una donna, da sola in scena. Seduta su un piedistallo, come un oggetto da esposizione o un monumento: „Buona Madre / Tecniche e materiali misti“, recita la targa sul piedistallo. La donna inizia il suo discorso dichiarando la propria intenzione di andarsene. Non se ne andrà, perché non c’è vita, per lei, al di fuori dello sguardo altrui. Perché non c’è mondo se non quello che si crea nel discorso tra simili, e il teatro è questo discorso, come bene avevano capito i greci. Il mondo, la vita, è quello che succede tra le persone mentre si parlano: quello che succede tra l’attore e lo spettatore. Il mondo è qui, è adesso, è il teatro. Cosa resta? Il teatro.

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