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Stranieri

H501

regia Gianluca Merolli

anno 2019

attori Francesco Biscione Paola Sambo Gianluca Merolli

scheda artistica
Un uomo si è barricato nella sua casa d’oro, pronto a difendersi da chiunque voglia ferire la sua solitudine: sia costui venditore, ladro, avventore, fedele di un dio sbagliato… di sicuro è uno straniero. A bussare alla sua porta insistentemente sono invece la moglie e il figlio dell’uomo. Ma il titolo non trae in inganno, effettivamente quei due parenti sono stranieri, appartengono cioè ad un altro stato, cittadini di un altro paese, quello dei morti. Tenuti in vita grazie a ricordi e abiti che l’uomo ha conservato morbosamente in tutti questi anni, sono oggi tornati per accompagnarlo nell’ultimo ballo possibile. L’autore disegna questo distacco ponendo l’uomo dentro casa e gli altri due fuori di essa, raccontando distanze presunte e assunte, erigendo confini d’azione delimitati dai protagonisti stessi, che verranno cancellati solo nell’attimo dello svelamento, della presa di coscienza. Erede di una lezione che affonda le radici in Borges e Bernhard, Tarantino tratta il tema tanto attuale della mistificazione dell’altro senza alcuna retorica, usando come metafora quella della famiglia. E, dunque, evitando disquisizioni politichine, diventa politico prepotentemente. E il ruolo di questo padre, a cui basterebbe un alito di vento per cadere a terra, è quello d’inveire e sbraitare per far rumore, per non ascoltare il silenzio aberrante che lo sta inghiottendo. Quel silenzio ch’è nero come l’oscurità, in cui ci è più facile riconoscere l’altro come nemico, estraneo, piuttosto che come nostro caro, un pezzo di cuore, se non addirittura come specchio di noi stessi. Il riferimento a Borges è opportuno: sembra riesumarsi un mondo di specchi che ci moltiplicano in tanti altri distanti da noi, ma non diversi. E cos’è se non la paura a costringerci a serrare porte e ad alzare muri e barricate? La paura forse di sentire avvicinarsi i minuti precedenti al grande sonno, di sentire il guado del fiume straripare e bagnarci i talloni stanchi, di sentire raggelarsi la speranza. Ma, forse, più che la paura che arrivi qualcuno a rompere il suo scrigno dorato, questo vecchio ha paura che non arrivi proprio nessuno. Piove per tutto il tempo, come se dal cielo si volesse pulire l’aria dalle grida dei non ascoltati, come se si chiedesse che per strada non resti più nessuno, che tutti entrino di corsa in casa, una casa qualunque, che ciascuno si aggiudichi un tetto, anche non dorato. Con la speranza del ricongiungimento si chiude il cerchio di questa drammaturgia cinica e spietata. Dopo il tempo incessante del monologare rancori, del chiosare amarezze, apostrofando errori e giustizie, attendendosi e bestemmiandosi l’un l’altro, arriva il tempo del raccordo in cui una famiglia di non sopravvissuti a loro stessi, si riunisce come d’innanzi al banchetto delle feste.

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