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Le città indicibili. Studio

Hombre Collettivo

regia Hombre Collettivo

anno 2019

attori Aron Tewelde (attore) Angela Forti, Agata Garbuio (animatori)

scheda artistica
Marco è uno tra tanti a cui viene chiesto di rispondere. Di definirsi come individuo. Ma a Marco la nostra lingua non basta per raccontarsi. Marco, a modo suo, è artista e viene da lontano. La sua memoria è memoria di viaggi, di tempeste e arcobaleni, di fiumi e rilievi. È memoria di immagini e di parole sconosciute, di odori e cambiare del vento. Marco non ha libri, lettere e inchiostro: ha soltanto una bisaccia, una bisaccia bisunta vissuta di viaggi e fango e sabbia bianca. Da questa bisaccia estrae oggetti: sono oggetti di vita, oggetti d’uso fortuitamente raccolti in lunghe carovane, in osterie e bordelli, in chiese e cattedrali di luoghi sperduti. Con questi, solo con questi, Marco può tentare il tentativo salvifico di raccontarsi. Il tentativo disperato di mettere insieme i pezzi e di cercare, nel futuro delle proprie scoperte, il proprio passato, la propria radice; un’essenza fumosa di specchi e di lanterne nella notte, di volti e canne da pesca, di abiti colorati e del nero di lutto. È il suo tentativo di raccontarsi nella differenza come forza creativa, nel contrasto dialettico, nel confronto con l’altro da sé. Di raccontarsi e di proporre l’altrove come unico, inevitabile luogo del sé, là dove la definizione non è più necessaria. Partendo dall'ultimo testo di Italo Calvino, Le Città Invisibili (1972), vogliamo esplorare il tema della molteplicità come fonte di conoscenza imperfetta (l’unica davvero possibile, l’unica davvero imperfettibile). L’uomo cerca sé stesso e il proprio passato negli incontri e nelle scoperte quotidiane, nel confrontarsi e nel contraddirsi con le cose del mondo. Kublai Khan, il grande imperatore “estraneo a ognuno dei suoi sudditi”, si fa voce ineffabile di quel potere che continuamente cerca una definizione e da cui tutti siamo interpellati. Si tratta, principalmente tramite gli specifici del teatro d'ombre e del teatro d’oggetti, di cercare un linguaggio comune oltre il significante delle parole, un linguaggio di immagini e suoni con cui potersi raccontare un mondo e una realtà sfuggenti, molteplici, emblematiche.

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