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Teoria della classe disagiata

MALTE & Collettivo ØNAR

regia Giacomo Lilliù

anno 2019

attori Giacomo Lilliù, Matteo Principi

scheda artistica
Una generazione cresciuta con il dovere morale di inseguire sogni di gloria, di prosciugare patrimoni familiari e di primeggiare nella scalata sociale, che si ritrova oggi con un terreno che le frana sotto i piedi. Una classe media delusa, disforica, fin troppo acculturata, non più agiata, come diceva a fine Ottocento Thorstein Veblen, bensì disagiata. Sono questi i protagonisti di Teoria della classe disagiata, un saggio che dalla sua uscita nel 2017 per i tipi di minimum fax si è trasformato da fenomeno web in un vero caso editoriale. La classe disagiata è il residuo di un capitalismo in declino inesorabile, che fatica sempre di più a tutelare le istituzioni laiche della cultura e dell’educazione: un ampio spettro di casi umani condannati a un’estinzione travagliata, troppo ricchi per rinunciare alle loro aspirazioni intellettuali e artistiche ma troppo poveri per poterle realizzare, che sfoga il suo risentimento in una lotta fratricida per qualche briciola di prestigio. Nel dipingere questo dramma borghese, a volte più simile a una tragedia esistenziale, il libro rilegge l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, convocando autori come Shakespeare, Goldoni, Cechov, Molière. È così che si è delineata l’occasione di partire dal saggio per rappresentare i paradossi socioeconomici del presente attraverso la metafora del teatro, un settore produttivo che, sebbene stremato da un mondo sempre più virtuale, continua indomito a fare i conti con una concretezza fatta di costi vivi, assi e polvere, relazioni e contatto. La nostra traduzione scenica spezza l’azione in cinque sequenze, ognuna delle quali prova con registri diversi a risolvere, razionalizzare o almeno sminuire la rovina profetizzata dal saggio; ma ogni tentativo si dimostra fallimentare, e lascia intravedere sempre più esplicitamente il dolore e lo smarrimento che i membri della classe disagiata si ostinano a dissimulare. La conduzione di questo varietà disperato è affidata a una coppia di rappresentanti di classe, portavoce delle meschinità e delle fragilità dei loro simili. Barcamenandosi fra il ridicolo e il macabro e squadernando un album di parabole letterarie e filosofiche, questi due stand-up tragedians si scambiano il ruolo di ragione e sentimento, vittima e carnefice, sacerdote e sacrificato; sono l’economista e il bovarista, il Todestrieb e il Lebenstrieb della classe disagiata, gli officianti di questo sguaiato funerale per un’illusione collettiva. Lo spettacolo si propone così come un laboratorio sociale instabile, attingendo anche dal portato emotivo e biografico di una compagnia che, composta quasi interamente da under 35, incontra quotidianamente il disagio di cui si tratta; allo stesso tempo però punta ad assumere un valore il più ampio possibile, riflettendo sulla configurazione politica attuale e tracciando un discorso che dalle ansie delle generazioni più recenti si estende fino al trauma della scomparsa della classe media.

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