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Immigrant Song 2.0

Scuola Sperimentale dell'Attore - Compagnia Hellequin

regia Ferruccio Merisi

anno 2017

attori Lucia Zaghet

scheda artistica
Perché un leader politico preoccupato dei destini del suo popolo ribattezza la sua terra “Il Paese degli Uomini Degni”? Che cos’è la dignità, come la si conserva in condizioni di svantaggio? Come la si difende senza rinunciare a difendere una giustizia ulteriore, che prevede il rispetto delle difese e delle giustizie altrui? Come si può riuscire a non abbandonare la propria terra, risollevandola dalla desolazione in cui secoli di violento ladrocinio l’hanno lasciata? Alla fine dello spettacolo, risuonano le note di “Immigrant Song”, il famosissimo brano dei Led Zeppelin dedicato alla conquista dell’occidente da parte dei Vichinghi... Finora nessun gruppo in armi con ottime navi è arrivato nel nostro occidente di oggi. La condizioni sono molto diverse... Anche se la fame di buona terra, di gloria e d’oro potrebbe diventare la stessa. Per sfuggire a questa prospettiva, c’è forse un Paese degli Uomini Degni da costruire, per ognuno di noi, a cominciare da casa propria... E, perché no, c’è qualche eroe profetico da far rivivere. Un Pulcinella cantastorie ci regala, con il suo mandolino, una favola di Josè Saramago sulla fine del mondo, ed evoca, in questa cornice, la presenza di un migrante sfortunato, che a sua volta chiama sulla scena la figura di Thomas Sankara, il carismatico leader rivoluzionario del Burkina Faso “eliminato” nel 1987. La storia si rivela man mano, mentre lo spettatore viene affascinato dall’intrigante intreccio di parole e gesti. E tra le ombre del detto e del danzato danno segno di sé diversi fantasmi co-protagonisti della vicenda: il colonialismo e la regola onnipresente del mercato, le fughe migranti dalle prigioni dell’impossibilità assoluta, il futuro come gioco d’azzardo con la Storia. Lo spettacolo testimonia anche di una ricerca meticcia sui linguaggi d’attore; una specificità della compagnia, che cerca di attingere, senza pregiudizi ma nemmeno senza superficiali pluralismi alle eccellenze di ogni cultura.

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