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"C'era 1.2.3.4. volte" uno studio sulla narrazione per l'infanzia

Città Sommerse Teatro

regia Città Sommerse Teatro

anno 2019

attori con Sebastiano Sicurezza e Roberta Castorina con la partecipazione di Ludovica Franzè

scheda artistica
Il lavoro sull'infanzia e la ricerca teatrale, che convergono in C’era 1.2.3.4. volte, si configurano come un tentativo di recuperare e sviluppare le nostre capacità immaginative, come autori e attori, traendo forza e spunto dalla relazione profonda con il bambino che abita nelle fessure del nostro sapere emotivo; significa recuperare dentro di noi la logica del gioco e il contatto con la meraviglia, nonché tentare di abbattere il meccanismo di difesa di fronte allo sconvolgimento di una logica consolatoria e precostituita. Così, la ricerca di un linguaggio spontaneo ci ha riportati inevitabilmente all’infanzia. L’infante (dal lat. infans, in- «non» e fari «parlare») viene qui inteso come colui che viene prima del segno, che non conosce ancora un linguaggio formalizzato. Dotato, d’altra parte, di uno sguardo ancestrale, incontaminato e autentico, il bambino è capace di osservare la complessità del mondo, nell’incanto, nella meraviglia e lontano dal pregiudizio. Ciò che caratterizza il pubblico infantile, infatti, è l’accettazione del gioco, tanto quanto del teatro, come eventi naturali della vita. In C’era 1.2.3.4. volte, lontani da una logica precostituita, i racconti fantastici e nonsense, luoghi di tutte le ipotesi, diventano strumento prezioso per esercitare liberamente la capacità immaginativa dei bambini, incoraggiando la loro generosità naturale. Le esperienze dell’avventuroso, dell’umano e del meraviglioso offrono al bambino la possibilità di alimentare la sua capacità di osservazione della realtà, in accordo con le sue esigenze e i suoi interessi, con le sue paure e le sue insicurezze, e non soltanto come uomo in miniatura. Con il suo ritmo scanzonato, mosso e giocoso, C’era 1.2.3.4. volte ruota intorno all’elemento fantastico, ma si inserisce nella vita attuale, dove i padri si dimostrano talvolta disattenti e inafferrabili, i piccoli irrequieti e instancabili, e dove l’attenzione e l’ascolto sono elementi preziosi e sempre in bilico. L’intento più profondo vuole essere quello di far coincidere la sperimentazione della rappresentazione con la sperimentazione del gioco, non solo nello spettatore, ma prima di tutto dentro e fuori di noi. L’idea di un teatro per bambini, dunque, è l’idea di un teatro in cui non vi sia una selezione di età, di temi o di linguaggi, ma che includa sia i bambini che gli adulti, laddove azione, gioco e linguaggio coincidono. Lo spazio si compone e si scompone nei suoi elementi essenziali: quattro cubi bianchi fungono da segnalibri e modificano lo spazio sulla scena tracciando la mappa dei quattro racconti, mentre la drammaturgia, strutturata come una concitata partitura a due voci, si alterna a momenti di gioco e di attiva partecipazione del pubblico. Delessert, l’ illustratore del testo, racconta di aver saputo da Ionesco che queste quattro brevi storie erano le stesse che lui aveva narrato alla figlia Marie-France “quando era molto piccola, suscitando da parte sua delle risposte a volte al limite dell’assurdo

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