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Chanson (Indi)Geste

Scenica Frammenti

regia Loris Seghizzi

anno 2017

attori Carolina Cavallo (Angelica), Eros Carpita (Ferraù), Daniele Milano (Rinaldo), Carlo De Toni (chitarra), Alessandro Buonamini (contrabbasso)

scheda artistica
Un bosco incantato nel quale sono prigionieri due “paladini”, il cristiano Rinaldo e il Moro Ferraù. A tenerli segregati in questo luogo la magia di Angelica, la donna della quale i due, l’uno all’insaputa dell’altro, sono all’inseguimento di ritorno dal Santo Sepolcro. È in questo spazio chiuso, onirico e grottesco, che si svelano i bassi istinti sessuali e predatori che animano realmente i due cavalieri, solo apparentemente schierati su campi avversi. Chanson Indi-Geste offre allo spettatore uno sguardo disincantato e atipico sul mondo dei paladini e delle loro imprese che serve da pretesto per una riflessione offerta al pubblico sulle guerre, sopratutto quelle di religione, combattute in tutti i tempi ed in tutti i luoghi. E’ questo il punto di partenza di uno spettacolo che prende spunto dalle Chansons del ciclo carolingio e bretone (ma anche dall’Orlando furioso dell’Ariosto che da esse riparte), per dare vita ad un episodio che potrebbe appartenere ad una Chanson “Indi-Gesta”, ovvero difficile da digerire da un punto di vista etico per il ribaltamento proposto degli stilemi poetici dei testi medievali: il paladino eroe indiscusso, difensore dei deboli e degli oppressi, della donna e dei princìpi cari alla morale cristiana. La scelta stilistica adottata per la scrittura è quella di una prosa poetica che sfrutta il verso e la rima. L’obiettivo è quello di caratterizzare linguisticamente il testo con il richiamo alla tradizione, ma rendendo per questo più stridente il contrasto con il messaggio proposto: quello che le guerre non hanno mai nobili cause che le giustifichino. In questo senso è l’uomo, inteso come “maschio combattente”, a rappresentare la ferocia della guerra e dei bassi istinti di conquista e potere che, rivestiti di alti ideali, sono causa di sofferenza sempre e dovunque. È così che il Paladino (Rinaldo) ed il suo alter ego, il Moro (Ferraù), diventano portatori di un’etica della distruzione e della ferocia stigmatizzata nella grottesca condivisione di atti inumani. Per questo, il merito ed il vanto della dignità cavalleresca risiedono, l’uno agli occhi dell’altro, nel mero numero di uomini, donne e bambini trucidati. La perdita di umanità dei due “cavalieri” viene duplicata nel passaggio da un linguaggio elevato ad uno basso, secondo l’equazione: degradazione umana = degradazione linguistica. Incapaci così di controllare i loro bassi istinti, i due diventeranno anche incapaci di controllare la lingua, aulica ed elegante, nella quale si esprimono per mera convenzione, tornando a parlare un dialetto che rappresenta la loro vera, crudele, natura. In tutto questo gioco di rimandi sarà la Donna (Angelica) a risultare vincitrice, in quanto depositaria di una sincera umanità. E d’altronde sarà sempre lei, è proprio il caso di dirlo, a tirare le fila delle vicende dei due cavalieri che, mossi dalle sue abili strategie, si paleseranno niente altro che Pupi nel senso della più classica tradizione popolare siciliana.

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