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Mamma

Danilo Giuva

regia Danilo Giuva

anno 2018

attori Danilo Giuva

scheda artistica
La maternità non è mai un evento biologico, ma innanzitutto una manifestazione del desiderio di reintegrare quel frutto nel suo corpo e di ripristinare il potere generatore della vita. Ed è proprio dalla riflessione su questo desiderio e sulla sua degenerazione narcisistica che nasce Mamma, un tentativo di comprendere e sviscerare nel profondo il meccanismo catartico della maternità, per mostrare il cortocircuito che si innesca nella donna/madre nell’istante dell’espulsione. Per rappresentare questa parabola di ferocia materna, Danilo Giuva sceglie Mamma – piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello, un autore con cui ha più di un elemento in comune: prima di tutto l’età, elemento sacrosanto di unione - Giuva ha, infatti, qualche anno in più di quanti ne aveva e il drammaturgo stabiese quando scrisse Mamma; in secondo luogo, l’elemento linguistico. Entrambi vengono da contesti di provincia dove la lingua e la sua parlata assume una funzione peculiare nella scrittura e nella resa scenica. La ripresa effettuata da Danilo Giuva consente di trovarsi dinanzi ad un testo di grande forza, cattiveria, ironia e compassione. Per esaltare il testo di Ruccello e azzerarne ogni riferimento temporale e geografico, Giuva ha scelto di tradurre l’opera dal napoletano al suo dialetto di origine, il foggiano - lingua aspra e colma di asperità – che ne magnifica la parabola di ferocia che le quattro protagoniste disegnano muovendosi da una storia all’altra. La restituzione della sconcertante contemporaneità del testo avviene anche attraverso la scelta di lavorare dello spazio scenico, Giuva esilia le quattro protagoniste in un piccolo spazio surreale, nel quale si muovono, parlano e delirano: un quadrato di quattro metri per quattro, vuoto, dominato sul fondo da un sipario nero che si apre su un fondale bianco su cui campeggia il disegno di un grande cuore anatomico. In scena solo una sedia nera e con essa interagiscono accenni di musica elettronica, che si impastano con il recitato, e luci minimali disegnate in modo da incastonare i quattro monologhi in forme geometriche che variano e si sovrappongono. Estremamente rigorosa è anche la scelta degli abiti di scena: pantaloni, camicia e girocollo totalmente neri, su cui si adagia una protesi in silicone bianca che ricalca le forme di una donna gravida: i seni gonfi di latte e il ventre di vita. Quattro storie che, partendo da una fiaba intrisa di magia e malefici, diventano progressivamente sempre più “reali”, delineando le tappe inesorabili del degrado familiare, sociale, e dello stesso senso materno. Muovendosi da una storia all’altra, infatti, le quattro “Maria” perdono progressivamente la rassicurante immagine dell’angelo del focolare, di cui ne è l’archetipo solo la madre rappresentata nella fiaba, e si trasformano in donne disamorate, egoiste, sofferenti di una solitudine pervasiva che le rende lentamente sempre più violente e sadiche. In fondo si sa “son tutte belle le mamme del mondo”.

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