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UNA CLASSICA STORIA D'AMORE ETEROSESSUALE

DOMESTICALCHIMIA

regia Francesca Merli

anno 2018

attori con Davide Pachera, Laura Serena e Massimo Scola

scheda artistica
Due quarantenni in cerca della propria identità: lui è uno scrittore, lei una casalinga. Lui vorrebbe essere Tolstoj, lei Natalie Portman. Insieme forse per errore, mettono al mondo un figlio, un pre-adolescente di undici anni, ma con un’intelligenza fuori dal comune, sempre in bilico fra psicoanalisi ed evoluzionismo, alla costante ricerca del suo posto nel mondo. “Se voi non vi amate, io non esisto”. È l’appello che il figlio fa ai genitori: amatevi! Sempre, come il primo giorno. Nel corso della storia (dell’umanità) l’amore è venuto definendosi come il principio fondante del nucleo familiare. Senza amore non c’è famiglia, senza amore non c’è nessuna famiglia. Ma non è sempre stato così: un tempo i figli si facevano per avere qualcuno che lavorasse al posto proprio. L’amore era secondario, possibile ma non necessario. Oggi non è così: l’amore serve e se svanisce (succede!) va ricostruito o, come nel nostro caso, ricordato procedendo a ritroso nel tempo. Ed è proprio il figlio la chiave di questa ricerca, di questo viaggio spazio-temporale, che dalle origini gloriose e romantiche procede verso la dissoluzione dettata dalla quotidianità. Il suo obiettivo è cercare d’impedire che il nucleo possa sfaldarsi, perché in quel caso lui, frutto di quell’unione così fondamentale, dovrebbe rimettere in discussione tutto ciò che lo definisce. “Come ti sei vestita?” “Mi sono vestita da madre”. I personaggi di questa storia non hanno un nome.O meglio, ce l’hanno, ma non lo scopriremo mai. “Dov’è tuo padre?”, chiede la madre al figlio, “Dov’è tua madre?”, chiede il padre al figlio, “Dov’è la mamma?”, chiede il figlio al padre, “Hai mangiato?”, chiedono tutti quando non sanno cosa dire. Se attraverso il linguaggio si costruisce e penetra la realtà, quella di “Una classica storia d’amore eterosessuale” è una realtà fatta di funzioni, dove i nomi propri scompaiono insieme alla capacità di darsi un’identità precisa. Ci si definisce attraverso un ruolo, o attraverso un’interpretazione di esso, mediata da tradizionali luoghi comuni. Questo lavoro prevede dei momenti di coinvolgimento del pubblico, anche ad alto tasso umoristico, che danno la possibilità a quest’ultimo di interagire con i personaggi in maniera attiva. Il cardine di questo coinvolgimento è il figlio che, muovendosi tra il palco e la platea, svolge una tripla funzione di attore, narratore e spettatore. È lui, infatti, che partendo dalla fine della storia, ripercorre le tappe fondamentali della vita familiare e presenta agli spettatori le vicende per poi commentarle da fuori, impegnando il pubblico in varie attività: compilare un atipico questionario, tenere una seduta di psicoanalisi ecc. Ogni spettatore ha la possibilità di assistere allo spettacolo e di farne parte attivamente, attraverso le proposte che, di volta in volta, vengono presentate. Lo spettacolo nasce inizialmente per la prosa, trova un buon riscontro da parte delle nuove generazioni: 12/18 che si immedesimano nel personaggio del figlio.

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